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“Storie di cura” di Massimo Cirri: il pilastro dell'umanizzazione

“Storie di cura” di Massimo Cirri: il pilastro dell'umanizzazione

22 set/26

La medicina ha il suo linguaggio, ma ogni paziente ha bisogno di trovare il proprio modo di comprendere ciò che sta vivendo. Massimo Cirri ci accompagna dentro questo spazio fatto di parole, ascolto ed empatia, raccontando perché comunicare non sia un elemento accessorio della cura, ma parte della cura stessa.

INTERVISTA AL CONDUTTORE MASSIMO CIRRI

  • L'origine e il progetto: Massimo, la graphic novel 'Storie di cura' esplora un lato spesso invisibile della medicina. Da dove nasce l'esigenza di raccontare la cura attraverso questo medium e cosa hai scoperto sul rapporto medico-paziente lavorando a questo progetto?
    • Risposta: L'esigenza primaria nasce dal bisogno di documentare e celebrare il valore profondo del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN). In un panorama globale dove la malattia porta spesso a "spese catastrofiche", il nostro sistema offre una rete di protezione sociale fondamentale. Lavorando a questo progetto, è emerso chiaramente che la comunicazione non è un corollario, ma è parte integrante della cura stessa. Il rapporto medico-paziente funziona quando il sistema sanitario sa adattarsi: ci sono pazienti che vogliono sapere tutto e altri che preferiscono avere meno dettagli. La vera scoperta è che l'apparato clinico deve avere la capacità e la flessibilità di modulare le informazioni in base alla singola persona.
  • L'empatia come terapia: Oggi siamo in un centro (il CNAO) dove la tecnologia tocca vertici assoluti. Dal tuo punto di vista di narratore, quanto pesa l'empatia nel percorso di cura? Può una 'parola giusta' affiancarsi all'efficacia di una terapia avanzata?
    • Risposta: Pesa in modo determinante. L'empatia è ciò che permette di passare dalla cura della malattia alla cura della persona. C'è un concetto bellissimo che emerge guardando professionisti come la Prof.ssa Orlandi: la capacità di "de-medicalizzare" il linguaggio per andarsi a sintonizzare con il paziente. Questa non è semplice gentilezza, ma una vera e propria "postura scientifica", essenziale quanto la competenza tecnica. Purtroppo, il nostro sistema universitario privilegia spesso un approccio positivista, focalizzato esclusivamente sullo studio della patologia, trascurando quella visione olistica necessaria per curare l'essere umano nella sua interezza.
  • Make Sense Campaign e consapevolezza: I tumori del distretto testa-collo colpiscono zone legate alla nostra identità. Quanto è importante raccontare queste storie per togliere i pazienti dall'isolamento?
    • Risposta: È vitale, perché raccontare significa restituire dignità e rompere il muro della solitudine. Come ci ha ricordato la testimonianza di Giancarlo Puddu, affrontare una malattia in questo distretto spaventa per le possibili conseguenze, ma narrare le storie di chi ce l'ha fatta — e l'importanza della rete affettiva familiare che si stringe attorno al paziente — permette di trasformare l'isolamento in condivisione. Sensibilizzare significa insegnare a mantenere un atteggiamento positivo e a nutrire fiducia nel medico, che in queste situazioni deve sapersi fare anche un po' "psicologo" per accogliere paure così profonde.
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